
Licenziamento disciplinare: reintegra per fatti irrilevanti
Il Tribunale di Modena, con la sentenza n. 56 del 9 gennaio 2026, ha affrontato il tema del licenziamento disciplinare nelle tutele crescenti, stabilendo un principio fondamentale per la protezione dei lavoratori. La pronuncia chiarisce che la tutela reintegratoria opera non solo nell'ipotesi di inesistenza storica dell'addebito, ma anche quando il fatto contestato risulti privo di rilevanza disciplinare. Nel caso di specie, i contatti informali con la clientela non supportati da esplicite direttive aziendali sono stati giudicati inidonei a fondare un recesso per giusta causa. Il giudice ha dunque accertato un vizio di sostanza, ribadendo che la mancanza di gravità e la mancata prova della proporzionalità della sanzione rispetto all’addebito conducono all'annullamento del licenziamento e al ripristino del rapporto di lavoro. La decisione sottolinea come l'insussistenza del fatto materiale debba essere interpretata in senso giuridico, garantendo la reintegra ogni qualvolta la condotta sia inoffensiva o estranea al perimetro disciplinare definito dal CCNL.
Il Tribunale di Modena, con una recente pronuncia in materia di lavoro, ha ribadito la centralità della tutela reintegratoria in presenza di un licenziamento disciplinare basato su condotte prive di reale portata offensiva. La decisione chiarisce come l'insussistenza del fatto non si limiti all'evento materiale mai accaduto, ma si estenda ai comportamenti che, pur verificatisi, risultano privi di rilevanza disciplinare. Questa interpretazione offre una protezione sostanziale ai lavoratori di fronte a recessi datoriali sproporzionati o privi di fondamento normativo.
Il caso e il contesto normativo
La controversia ha avuto origine dall'impugnazione di un licenziamento intimato a un responsabile commerciale di una società del settore ceramico. Al lavoratore era stato addebitato di aver contattato autonomamente alcuni clienti esteri senza coinvolgere l'agente di zona, in presunta violazione delle direttive aziendali. L'azienda aveva qualificato tale condotta come una grave mancanza, tale da interrompere definitivamente il rapporto di fiducia.
Il quadro giuridico di riferimento è l’art. 3 del D.Lgs. n. 23/2015 (Jobs Act), che disciplina le tutele in caso di licenziamento illegittimo. Mentre la regola generale prevede una tutela meramente indennitaria, il comma 2 riserva la reintegrazione nel posto di lavoro alle ipotesi di "insussistenza del fatto materiale contestato". La questione centrale affrontata dal Giudice ha riguardato proprio l'ampiezza di tale concetto in relazione a fatti storicamente avvenuti ma non sanzionabili.
La questione della rilevanza disciplinare e il vizio di sostanza
Il Tribunale ha analizzato se la condotta del dipendente — l'invio di messaggi per semplici richieste di informazioni — potesse effettivamente integrare un illecito disciplinare. Dalle testimonianze è emerso che non esisteva una disposizione aziendale scritta che vietasse tali contatti, ma solo una prassi operativa non formalizzata.
Secondo il Giudicante, quando una condotta non supera la soglia della rilevanza o si configura come attività meramente preparatoria, si configura un vizio di sostanza che incide sulla legittimità stessa del recesso. Il provvedimento richiama il consolidato orientamento della Cassazione, secondo cui l'insussistenza del fatto materiale comprende anche le ipotesi in cui il fatto, pur accaduto, sia "giuridicamente irrilevante" ai fini disciplinari (Cass. civ. Sez. lavoro Sent., 08/05/2019, n. 12174). In tali casi, il datore di lavoro non ha fornito la prova di una valida causa di licenziamento, rendendo il provvedimento espulsivo radicalmente nullo.
La decisione del giudice e il principio di diritto
Con la sentenza n. 56/2026, il Tribunale di Modena ha annullato il licenziamento, ordinando l'immediata reintegrazione del lavoratore. Il giudice ha precisato che la tutela reintegratoria deve essere applicata non solo quando il fatto non è avvenuto, ma anche quando la condotta è del tutto inidonea a giustificare una sanzione espulsiva secondo le tipizzazioni della contrattazione collettiva o i principi di proporzionalità della sanzione rispetto all’addebito.
In particolare, è stato sottolineato come:
- L'onere di provare la legittimità del licenziamento e la proporzionalità della sanzione gravi interamente sul datore di lavoro.
- La prova dell'insussistenza del fatto può essere acquisita anche in modo indiretto o deduttivo, purché garantisca la certezza del "fatto storico".
- La violazione di semplici prassi non formalizzate non può essere equiparata a una grave insubordinazione.
Le implicazioni operative
La pronuncia rappresenta un importante precedente per i lavoratori soggetti alle tutele del Jobs Act. Essa conferma che il giudice ha il potere di valutare la natura disciplinare del fatto contestato e che la reintegra non è un rimedio residuale limitato agli errori materiali di contestazione. Se il comportamento addebitato è inoffensivo o privo di rilievo giuridico, il lavoratore ha diritto a riprendere il proprio posto di lavoro e a percepire un'indennità risarcitoria per il periodo di estromissione, seppur entro i limiti di 12 mensilità previsti dalla norma.


